Le disuguaglianze in Europa secondo Thomas Piketty, in 10 grafici

Nelle 1.200 pagine di Capital et idéologie, il nuovo libro di Thomas Piketty, ci sono più di 160 grafici e una decina di tabelle che raccontano due secoli e mezzo di storia delle disuguaglianze. Ne proponiamo una selezione.

Foto: Denis Carrascosa, Flickr | PD

L'economista Thomas Piketty, un collezionista di cifre, costruisce le sue analisi su un'impressionante mole di dati che permettono di raccontare in modo diverso due secoli e mezzo di storia delle disuguaglianze e delle idee proposte per giustificarle. Un altro modo per comprendere questo periodo.

Al contrario di quello che si potrebbe pensare, la Rivoluzione francese non ha rimesso in discussione la concentrazione delle ricchezze. Fino alla Prima Guerra mondiale la concentrazione della ricchezza era addirittura più forte che sotto l'Ancien régime. La vera rivoluzione si è verificata nel Ventesimo secolo, con l'affermazione di una classe media patrimoniale: la concentrazione della proprietà del 10 per cento più ricco si è ridotta in favore del 40 per cento successivo. Ma la metà meno favorita della popolazione non ha mai detenuto più del 10 per cento delle ricchezze.

La globalizzazione finanziaria della fine del Ventesimo secolo ha avuto un ruolo importante nella concentrazione delle proprietà. Prima della Prima Guerra mondiale i più ricchi inglesi e francesi detenevano una parte significativa del loro patrimonio in investimenti all'estero. Con il crollo di tutti i mercati durante le due guerre e la regolazione finanziaria pubblica istituita dopo il 1945, questi settori sono stati le prime vittime delle variazioni della finanza. Oggi in Giappone e in Germania gli investimenti all'estero sono ancora molto presenti ma in misura minore rispetto alla fase precedente la globalizzazione.

L'affermazione di una classe media patrimoniale durante il Ventesimo secolo si spiega in parte con la riduzione del valore delle proprietà (immobiliari, professionali e finanziarie) dei più ricchi. Le distruzioni dovute alle due guerre spiegano solo un quarto di questa contrazione. Da un terzo alla metà riflette il fatto che gran parte del risparmio dei più ricchi era investito in titoli del debito pubblico il cui valore si è quasi azzerato in seguito all'inflazione e alle tasse straordinarie; l'ultima parte si spiega con le evoluzioni politiche dirette a limitare i diritti dei proprietari (inquadramento degli affitti ecc.). 

L'affermazione di una classe media patrimoniale è stata resa possibile dalla riduzione del valore del patrimonio dei più ricchi, ma anche da una minore concentrazione delle ricchezze. Le politiche fiscali progressive adottate nel corso del Ventesimo secolo, fino agli anni Ottanta, hanno permesso una redistribuzione delle proprietà. Da allora le politiche fiscali favorevoli ai più ricchi hanno contribuito a un aumento delle disuguaglianze.

I francesi più poveri tengono, in maggioranza, denaro sui conti correnti bancari. Quando si sale nella gerarchia dei redditi il settore immobiliare prende un posto crescente, poi arrivano gli investimenti sui mercati finanziari (azioni, obbligazioni ecc.). Questi ultimi diventano la maggioranza per l'1 per cento più ricco e rappresentano l'86 per cento del patrimonio per lo 0,1 per cento più ricco. Una politica fiscale che diminuisce l'imposta sui redditi finanziaria favorisce in modo molto importante i più ricchi dei ricchi.

Piketty propone un'analisi socio-elettorale del voto in funzione dei livelli di diploma, di reddito e di patrimonio. E fa vedere che i partiti socialdemocratici in Francia, nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in altri paesi, per quanto possano essere differenti, hanno subito tutti la stessa evoluzione: mentre dagli anni Cinquanta agli Ottanta riunivano i voti dei meno qualificati e dei più poveri, sono diventati il partito dei più diplomati.

Abbandonando i meno ricchi al loro destino, questi partiti hanno celebrato il diritto della proprietà basandosi sulla sua dimensione emancipatrice – tutti hanno il diritto di possedere qualcosa e di beneficiare della protezione dello Stato per conservarla – ma hanno dimenticato il suo aspetto non egualitario, con i più ricchi che accumulano senza limiti.

Il Ventesimo secolo è stato il secolo della forte progressione delle spese per l'istruzione. Progressivamente i paesi hanno portato la totalità di una classe di età a un livello di istruzione di primo grado e poi di secondo grado. In seguito ci si è resi conto che era impossibile portare tutta la popolazione alla realizzazione di studi universitari. Ma i governi, in particolare quelli provenienti dalla socialdemocrazia, non hanno cercato di ridurre le disuguaglianze di accesso all'istruzione

L'Europa non attira più perché si è isolata da una grande parte di europei. In Francia durante il referendum del 1992 sul Trattato di Maastricht la vittoria del “Sì” è stata ottenuta grazie al voto dei più diplomati e di chi deteneva un reddito più alto. Nel 2005 il referendum per una Costituzione europea è andato male: i francesi hanno rifiutato il progetto, l'Unione ha perso molti consensi e attira soprattutto il 20 per cento più ricco e il 10 per cento dei più diplomati.

Nel 2016 lo stesso fenomeno si riproduce nel Regno Unito. Il 40 per cento più ricco ha votato per restare nell'Unione europea e solo il 20 per cento dei redditi più alti e dei più diplomati lo ha seguito. Incapace di rispondere alle crescenti disuguaglianze, o addirittura aggravandole con alcune sue scelte, l'Europa ha perso tutto il suo sostegno popolare.

Sul lungo periodo le disuguaglianze in Francia e in Europa non hanno ancora raggiunto i vertici della Belle Epoque: oggi è il Medio Oriente la regione ad apparire come quella dove si concentrano le maggiori disuguaglianze. Ma ci sono situazioni ancora peggiori: le società coloniali mostrano i livelli di disuguaglianza più alti della storia

Sabato, 14 Settembre 2019

Traduzione di:

Andrea De Ritis | VoxEurop
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