Italia, sono cominciate le grandi manovre

Lo scorso 5 giugno la commissione europea ha avviato una procedura per deficit eccessivo contro l'Italia. Questo potrebbe comportare una multa di diversi miliardi di euro per il paese. Ma si tratta soprattutto di un nuovo scontro che rischia di rilanciare la crisi di tutta la zona euro nel momento in cui l'economia europea ha molto rallentato, in particolare a causa della sua ammiraglia, l'economia tedesca, colpita dalla guerra commerciale fra Cina e Stati Uniti.

Photo: Maxpixel

Da tempo l'Italia è il "malato d'Europa". Da 30 anni la sua crescita economica è stagnante:l'ultima crisi ha ulteriormente aggravato le cose e il paese non si è ancora ripreso. Quest'anno il Pil pro capite è ancora inferiore del 7 per cento rispetto a quello del 2007. Per capirci: il Pil pro capite della Spagna è ormai quasi equivalente a quello dell'Italia; nel 1990 il divario era del 38 per cento in favore di Roma.

A causa della prolungata stagnazione economica il debito pubblico è cresciuto a dismisura: con 2.368 miliardi di euro, il debito quest'anno dovrebbe rappresentare il 137 per cento del Pil, il rapporto più alto dopo quello della Grecia, dove ha raggiunto il 175 per cento del Pil. Ma in termini di massa monetaria le due situazione sono completamente diverse: i 334 miliardi di euro della Grecia incidono solo per il 3,3 per cento sull'insieme del debito pubblico della zona euro, mentre il debito italiano rappresenta il 23 per cento del totale. Inoltre il sistema bancario italiano è, ad oggi, uno di quelli che ha avuto più difficoltà a riprendersi dalla crisi.

Ma al contrario di quello che spesso si immagina, questa prolungata e scarsa crescita economica non è dovuta a una cronica politica di bilancio troppo generosa, bensì al fatto che l'Italia ha costantemente adottato negli ultimi 30 anni, sia con i governi di destra che di sinistra, delle politiche di bilancio molto restrittive. In realtà il paese, al di fuori del debito pubblico, ha costantemente ottenuto degli avanzi di bilancio, detti “primari”: questi, fino a poco tempo sono stati quasi sempre superiori a quelli della Germania. Ma queste politiche di bilancio sempre restrittive hanno frenato la crescita economica e hanno anche complicato la riforma dello Stato e dell'azione pubblica rendendola meno efficace: di fatto il principale problema strutturale dell'Italia. Inoltre queste politiche, mantenendo costantemente il paese sull'orlo della recessione e della deflazione, hanno impedito il disindebitamento del paese.

È in gran parte la constatazione del fallimento delle politiche di bilancio ortodosse condotte sia dalla destra che dalla sinistra negli ultimi 30 anni, conformemente alle regole europee e ai voleri di Bruxelles, che ha portato al successo dei partiti antisistema: il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio e la Lega di Matteo Salvini alle elezioni legislative del marzo 2018. Queste due forze hanno formato una improbabile e contraddittoria alleanza: da un lato la misura faro del M5S consiste nell'introdurre un generoso reddito di base, dall'altro la Lega privilegia la riduzione delle imposte per arrivare a una flat tax, un sistema non progressivo in cui ciascuno paga al fisco la stessa percentuale sul reddito.

La combinazione di queste priorità, più spese sociali da un lato e meno imposte dall'altro, ha ovviamente comportato un aumento del debito pubblico italiano. Questo nell'immediato potrebbe servire a rilanciare l'attività economica, ma difficilmente aumenterà in modo stabile il potenziale di crescita dell'economia italiana, visto che difficilmente si potranno migliorare le infrastrutture collettive materiali e immateriali del paese.

Questi progetti poco ortodossi avevano già portato a una prima prova di forza fra il nuovo governo italiano e Bruxelles in autunno, in occasione della definizione della legge finanziaria del 2019. All'epoca il governo italiano prevedeva di aumentare il deficit pubblico dall'1,8 per cento del Pil del 2018 al 2,4. Questo livello era inferiore al limite del 3 per cento stabilito dai criteri di Maastricht, ma non avrebbe permesso di ridurre l'indebitamento pubblico, cosa che l'Italia dovrà continuare a fare ogni anno fin quando questa percentuale non scenderà al 60 per cento del Pil.

In seguito all'aumento dei tassi di interesse che la presa di posizione italiana aveva provocato sui mercati finanziari, questa prova di forza si era conclusa con un accordo: il Governo italiano riportava le sue previsioni di deficit al 2,04 per cento nel 2019, un poco sopra quindi l'1,8 per cento del 2018 e in cambio la Commissione abbandonava le sue minacce di sanzione. Quest'ultima del resto non voleva correre il rischio di alimentare l'euroscetticismo alla vigilia delle elezioni europee del maggio scorso. A sua volta il Governo italiano temeva di trascinare il paese in una grave crisi economica alla vigilia di una primavera carica di importanti elezioni, locali, regionali ed europee.

Ma di fatto la questione è stata solo rimandata perché, nel frattempo in Europa e ancora di più in Italia, l'attività economica è crollata: per quest'anno l'Istat prevede ormai una crescita economica del solo 0,3 per cento. Così la Commissione europea ritiene che il deficit italiano dovrebbe arrivare al 2,5 per cento del Pil e il debito aumentare di più di un punto sul Pil invece di scendere. Una situazione inammissibile per l'istituzione europea.

Ciò ha provocato, non appena passate le elezioni europee, la ripresa della procedura per deficit eccessivo. Ma questa volta in un contesto in cui la situazione economica è fortemente degradata e in cui le tensioni sono forti nella coalizione al potere in Italia. In questa situazione il Governo italiano non può cedere di nuovo a Bruxelles senza perdere la faccia nei confronti dei suoi elettori che in gran parte considerano (e a giusto titolo) che le regole che finora hanno retto la zona euro impediscono al paese di riprendersi.

Una prova di forza che rischia di protrarsi, visto che per ora i mercati finanziari non sembrano preoccuparsi troppo e che il servizio del debito italiano continua a ridursi. Infatti i nuovi titoli del debito emessi attualmente sostituiscono quelli contratti una decina di anni fa a dei tassi che all'epoca erano superiori a quelli attuali. A sua volta il commissario dell'Eurozona, Pierre Moscovici, e più in generale la Commissione di Jean-Claude Juncker non vogliono lasciare la scena in autunno con l'accusa da parte dei paesi "virtuosi" dell'Europa del nord di non aver saputo difendere i trattati e di non essere stati capaci di far rispettare la politica di bilancio. Questa volta quindi la prova di forza in corso ha grandi possibilità di continuare e di diventare sempre più dura.

Difficile dire quali saranno le conseguenze, che potrebbero diventare molto pesanti. Per l'Italia ovviamente, che potrebbe trovarsi in una situazione di default se i tassi dovessero crescere troppo sui mercati. Ma per ora la situazione non è ancora critica: i tassi ai quali l'Italia prende in prestito sono senza dubbio più alti rispetto a quelli degli altri paesi europei, ma rimangono grosso modo allo stesso livello raggiunto nel marzo 2018 e l'Italia può continuare a sopportare tassi di questo tipo per un periodo. Ma se la situazione diventasse più tesa, le conseguenza potrebbero essere complicate anche per l'Eurozona nel suo insieme, perché non si può risolvere la questione italiana come si è "risolto" il problema greco nel 2015. Il paese e il suo debito incidono troppo da un punto di vista economico, e politicamente l'Italia, paese fondatore del trattato di Roma, ha un peso ben diverso nell'Unione rispetto alla Grecia. Questa volta la prova di forza avviata potrebbe anche portare alla dissoluzione della zona euro o a una modifica profonda delle sue regole per uscire dai vincoli di regole inadatte e che impediscono, in particolare all'Italia, di risanare la sua economia e di sbarazzarsi una volta per tutte del fardello del debito. Nel corso dei prossimi mesi quindi assisteremo con molta probabilità a un periodo teso, ma interessante.

Venerdì, 21 Giugno 2019

Autore/i:

Guillaume Duval

Traduzione di:

Andrea de Ritis | VoxEurop
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Tags

Economia

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