I problemi del lavoro "di media competenza"

Secondo il sociologo francese Camille Peugny, aumentano i lavori di fascia alta e quelli a bassa qualifica e malpagati. Mentre i lavori "intermedi" in molti paesi tendono a diminuire, o comunque a calare di qualità. Un cambiamento strutturale nel mercato del lavoro, di cui è responsabile la politica.

Foto: G. Pauwels/Flickr

Il luogo comune è: con l'innovazione tecnologica - in particolare con la robotica e l'informatica - alcune professioni intermedie (commercialista, operaio specializzato, operatore sanitario…) sono destinate a scomparire e forse stanno già scomparendo. Il rischio è che si crei una polarizzazione tra le professioni altamente qualificate (consulenza, progettazione design) e quelle meno specializzate, soprattutto nel settore terziario, dove le competenze le relazioni e le capacità umane non sono affatto sostituibili. Oramai non si contano più le classifiche e le statistiche che indicano i “lavori a rischio di estinzione” o “che sono minacciati dall’Intelligenza artificiale nei prossimi cinque anni”.

Dati utilizzati

Fonte dei dati: Ricerca di Camille Peugny, pubblicata sulla rivista Sociologie.

Periodo di riferimento: 1993-2013.

Ma questa tendenza alla polarizzazione del lavoro in che misura è effettivamente in atto in Europa? Per comprendere il fenomeno, il sociologo francese Camille Peugny ha esaminato i cambiamenti strutturali dell’occupazione di 15 paesi europei avvenuti nell’arco di 20 anni (1993-2013). Ha quindi ricostruito le trasformazioni registrate nel periodo preso in esame, di varie categorie socio-professionali (dirigenti, professioni intermedie, impiegati, operai…) sulla base dei dati raccolti sui rispettivi mercati del lavoro nazionali dalla ricerca di mercato European Union Labour Force Survey. Il risultato? C’è una sempre più crescente polarizzazione del lavoro nel vecchio continente, ma a livelli molto diversi a seconda del paese. 

Per “lavori meno qualificati” si intende una categoria che raggruppa gli operai non specializzati nel settore industriale e artigianale, gli addetti alle pulizie e ai lavori domestici, gli addetti alle vendite e anche coloro che lavorano nei servizi alla persona e che hanno delle qualifiche basse. Questa categoria ha registrato una forte crescita in 11 paesi su 15. “Questi risultati sottolineano i limiti delle analisi tracciando in maniera univoca “la spinta e l’aumento di posti di lavoro in settori altamente qualificati” nei paesi occidentali, afferma Camille Peugny. In effetti, questa tendenza, effettiva e reale, non esclude la crescita contestuale di lavoro dipendente di scarsa qualità precario e mal retribuito”.

L’analisi delle evoluzioni dei lavori “di media competenza” suggerisce al sociologo di distinguere tre diversi tipi di cambiamenti strutturali in Europa. Ovunque la percentuale di persone in posizione di dirigente nell’occupazione totale è accresciuta notevolmente. Così come ovunque, la percentuale di operai specializzati del settore industriale, classificati normalmente nella fascia intermedia, è scesa, registrando addirittura un “incredibile crollo” in paesi come la Germania, la Francia, l’Austria o il Portogallo.

Tuttavia in alcuni paesi, la tendenza alla polarizzazione non ha comportato una contestuale riduzione dei lavori meno qualificati. È il caso, per esempio, della Danimarca, come pure dell’Olanda, della Gran Bretagna, del Portogallo e della Finlandia.

In altri paesi, la polarizzazione del lavoro, ovvero la crescita delle professioni altamente qualificate e di quelle a bassa qualifica non ha comportato la riduzione delle occupazioni intermedie. Per quanto concerne la Germania, la Spagna, l’Italia e la Grecia, la riduzione dei posti di lavoro nel settore amministrativo, Peugny raggruppa sotto questa categoria gli “impiegati”, gli “impiegati di sportello a contatto diretto con il pubblico” il “personale addetto ai servizi contabili”, - altra categoria professionale mediana – è contenuta, anzi ferma.

La Francia invece, insieme ad Austria e Svezia, è tra i paesi in cui la tendenza alla polarizzazione del lavoro è maggiore. In questi tre paesi si sono concentrate quattro dinamiche: la crescita dei posti di lavoro altamente qualificati, la crescita di almeno il 20% dei lavori non qualificati e, di contro, la perdita di almeno il 20% dei posti di lavoro degli operai specializzati e degli impiegati amministrativi.

Per Camille Peugny questi risultati dimostrano, da un lato, che "tutti i paesi europei hanno gestito diversamente e con diverse politiche attive i cambiamenti strutturali dell’occupazione”. Dall’altro lato, che l’innovazione tecnologica e la globalizzazione non spiegano e non giustificano la polarizzazione: “In alcuni paesi non si è registrata una riduzione sensibile dell’occupazione nel settore impiegatizio, mentre in altri paesi, ove si è verificata, non si è riscontrata di contro una crescita dei lavori non specializzati”.

Il ruolo chiave del terziario

Per comprendere meglio l’origine di questi cambiamenti, il sociologo analizza nel dettaglio le evoluzioni del lavoro non specializzato, il “lavoro dipendente”. Peugny dimostra che la percentuale dell’occupazione totale che include gli impiegati e gli operai è soggetta a forti oscillazioni: in Ungheria raggiunge il 58%, in Grecia, dove vi sono numerosi lavoratori autonomi e agricoltori, si attesta solo al 40%, o in Olanda. Anche la percentuale di questi impiegati ed operai occupati nel terziario è variabile.

Camille Peugny considera inoltre che il tasso di sviluppo del settore terziario vari nettamente tra i paesi pur avendo la stessa proporzione tra impiegati e operai. L’esempio della Germania, dell’Austria o dell’Italia, paesi in cui il processo di de-industrializzazione è stato contenuto, contrasta con quello della Francia o della Spagna, dove i tre quarti del lavoro dipendente fanno capo al settore dei servizi.

Ed è proprio nel settore del terziario che si registrano le condizioni di lavoro più difficili e di scarsa qualità, come rilevato dall’analisi del sempre maggiore ripiego al lavoro part-time come scelta obbligata. Prima osservazione: “In tutti i paesi il ricorso al lavoro part-time involontario risulta maggiore tra gli impiegati piuttosto che tra gli operai”. Seconda osservazione: nell’ambito del settore terziario, nella maggior parte dei paesi esaminati si registra un divario tra i lavori “specializzati” (quali parrucchieri, operatori sanitari, cuochi…) e quelli poco “qualificati” (camerieri, addetti negli alberghi, servizi alla persona…). Sono quest’ultimi a ricorrere molto più spesso a lavori part time per una scelta obbligata.

…E le politiche attive del lavoro

Quasi irrilevante in Danimarca e in Svezia, questo divario risulta particolarmente evidente in Francia e nei paesi dell’Europa del sud. È infatti in Italia, in Francia e in Spagna che la percentuale di lavori part-time involontario è più alta tra i dipendenti non qualificati occupati nel terziario (rispettivamente il 40%, il 36% ed il 31%, contro il 13% della Danimarca, per esempio). Per quanto concerne le professioni altamente qualificate, la percentuale non supera mai il 5%.

Per Camille Peugny la polarizzazione del mercato del lavoro non può essere misurata solo sulla base della paga oraria, come fanno spesso gli economisti: la polarizzazione incide anche sulle condizioni e sulla qualità del lavoro, il personale non specializzato subisce e soffre la precarietà di lavori sempre più frammentati, part-time, temporanei e con orari ridotti. Inoltre, la divergenza tra le tendenze nazionali dei singoli paesi dimostra che la polarizzazione non è un prodotto dell’innovazione tecnologica. Per il sociologo i recenti cambiamenti strutturali del mercato del lavoro derivano dalle politiche attive del lavoro adottate, che hanno fortemente influito sulla crescita di lavoro precario e di bassissima qualità.

Per esempio, la  riforma francese del settore dei servizi alla persona , volta a creare nuovi posti di lavoro nell’assistenza a domicilio e nei lavori domestici ma con scarsa attenzione alle condizioni di lavoro, contribuisce alla polarizzazione favorendo delle forme contrattuali frammentate e precarie per i lavoratori non qualificati. Al contrario, “la relativa qualità del lavoro nel sistema dei servizi alle persone che si registra in Danimarca e in Finlandia è legata alla tradizionale decentralizzazione di questi lavori che permette a più dell’80% dei lavoratori interessati in Finlandia di beneficiare del contratto collettivo della municipalità evitando una frammentazione del lavoro simile a quella riscontrata in Francia o in Spagna”.

L’analisi e il confronto dei dati dei vari paesi europei dimostra altresì che la precarietà dei lavoratori in fondo alla scala sociale non dipende dalla casualità, ma in parte dalle scelte politiche, non abbastanza discusse.

Lunedì, 11 Febbraio 2019

Autore/i:

Xavier Molénat

Traduzione di:

Stefania Paluzzi | VoxEurop
share subcribe newsletter