Europa: le 14 banche a rischio

 Per 12 istituti della zona euro più due banche britanniche, l’attuale livello di capitale sembra insufficiente.

Immagine: tools.eba.europa.eu

Secondo il vicepresidente della Banca centrale europea (Bce) Luis de Guindos , una dozzina di banche della zona euro non sarebbe in grado di sostenere una crisi di dimensioni rilevanti. Questi istituti sarebbero “un’area di vulnerabilità” e saranno oggetto di scrupolosa sorveglianza. A completare questo panorama tracciato dalla Bce ci sono anche due  istituti bancari britannici.

Se arrivasse una nuova crisi

Il commento di Luis de Guindos si riferisce a un report dell’Autorità bancaria europea (Abe) , pubblicato a inizio novembre, che pubblica i risultati degli ultimi “stress test”. Come qualsiasi impresa, le banche tamponano le perdite grazie al proprio capitale, apportato dagli azionisti.

L’Abe cerca quindi di verificare se, in caso di situazioni di stress, ad esempio  una forte recessione accompagnata da turbolenze sui mercati finanziari, le banche avrebbero sufficiente capitale per affrontarle. Per 12 istituti della zona euro più due banche britanniche, l’attuale livello di capitale sembra insufficiente.

Tre elementi di preoccupazione

Questi dati  risultano preoccupanti da diversi punti di vista. Intanto, le banche in questione sono suddivise su sette paesi europei (Germania, Austria, Spagna, Francia, Irlanda, Italia, Regno Unito) e questo moltiplica i punti di fragilità.

Inoltre, secondo l’ultima lista preparata a metà novembre dal Consiglio per la stabilità finanziaria , incaricato del coordinamento della regolazione finanziaria a livello mondiale, quattro dei 14 istituti bancari segnalati sono considerati “sistemici”. Cosa significa? Una crisi di questi istituti potrebbe provocare una crisi nazionale o mondiale.

Così, secondo i calcoli dell’Abe, BNP Paribas, Deutsche Bank, Barclays e Société Générale, rispettivamente al secondo, quarto, sesto e settimo posto tra le più grandi banche europee, non dispongono di un livello di capitalizzazione sufficiente a permettergli di assorbire le perdite causate da una forte crisi, conservando al contempo la fiducia degli investitori. In altre parole: loro attuale livello di capitale non garantisce dunque la loro sopravvivenza in caso di grave crisi.

Infine, possiamo interrogarci sul livello di rischio così come annunciato da Luis de Guindos. Questi definisce come “in posizione delicata” gli istituti che, a seguito di una crisi, si troverebbero con un capitale inferiore al 9 per cento

delle attività della banca (percentuale calcolata in modo ponderato rispetto al livello di rischio di ogni attività), segno che il loro livello di capitale iniziale ante-crisi era insufficiente.

Ma che significa “insufficiente”?

In uno studio pubblicato nel 2016, il Fondo monetario internazionale (Fmi) ha calcolato il livello di capitale che le banche avrebbero dovuto possedere per assorbire le perdite legate alla crisi dei subprime senza aver bisogno di ricorrere a denaro pubblico. A seconda dell’istituto bancario, questo livello oscilla tra il 15 e il 23 per cento del totale delle attività ponderate dai rischi. Ora, uno sguardo ai dati dell’Abe mostra che, delle 48 banche analizzate, soltanto la metà supera il livello del 15 per cento e solo una dozzina di banche sono al di sopra del 17 per cento.

La conclusione è evidente: in caso di grave crisi l’eventualità che siano i contribuenti a dover salvare i maggiori istituti bancari non è fantascienza. La Bce ha ragione: queste banche devono essere sorvegliate attentamente.

Venerdì, 23 Novembre 2018

Traduzione di:

Andrea Torsello | VoxEurop
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