Lo scioglimento dell’Artico costerà all’Europa somme astronomiche

I dati raccolti dai satelliti dell’Agenzia spaziale europea servono anche per stimare le conseguenze dello scioglimento dei ghiacciai e dell’aumento del livello dei mari sull’economia e la popolazione nei prossimi 100 anni. L'Italia è tra i paesi che più saranno colpiti.

Foto: Pxhere

L’aumento delle temperature a livello globale e il conseguente scioglimento dei ghiacciai ha dei costi per l’Unione europea. Per quanto possa apparire lontano dalla vita quotidiana, la diminuzione dei ghiacci artici colpisce le finanze dei cittadini molto di più di quanto si pensi. Sin dall’ultima era glaciale, tonnellate di acqua ghiacciata erano al sicuro nelle aree più settentrionali del pianeta. La loro inarrestabile trasformazione in inondazioni potenzialmente devastanti colpirà duramente i contribuenti, i governi e le imprese.

Nel 2018 un gruppo di esperti del Centro di Ricerca della Commissione europea ha redatto un’analisi dettagliata del potenziale impatto di questo fenomeno .

Entro la fine del secolo ogni metro quadrato di ghiaccio si aggiungerà a una fattura che arriverà a costare quasi 1 trilione di euro – un miliardo di miliardi – dicono le previsioni. Il paese più colpito sarà il Regno Unito, seguito da Francia e Italia.

Lo stesso gruppo di esperti è attualmente impegnato in uno studio per stimare il costo delle misure di adattamento, necessarie a mitigare le perdite potenziali di questi eventi. Queste misure prevedono, tra le altre cose, l’installazione o il rafforzamento di strutture di difesa che possano sostenere l’innalzamento dei livelli dei mari.

“Nel breve termine, l’innalzamento del livello dei mari sarà causato principalmente dall’espansione della massa delle acque, dovuta all’aumento delle temperature. Dal 2050 il contributo dello scioglimento dei ghiacci diventerà relativamente più forte”, spiega Michalis Vousdoukas, oceanografo presso l’unità di Gestione del Rischio al Centro di Ricerca della Commissione. “La relazione di causa-effetto tra lo scioglimento dei ghiacci e le conseguenze finanziarie è una realtà, ma non è lineare: un lieve aumento del livello delle acque potrebbe non avere un impatto significativo, ma il loro progressivo accumulo porterà conseguenze combinandosi alle alte maree e alle condizioni meteorologiche avverse più frequenti (uragani e onde)”.

Buona parte delle aree costiere europee, che si estendono per più di 100mila km, sono densamente popolate e sviluppate e perciò vulnerabili alle alluvioni in aumento.

Sulla base dell’ultimo rapporto del Gruppo intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (Intergovernmental Panel on Climate Change, Ipcc), l’Agenzia europea per l’ambiente ha illustrato uno scenario in cui l’aumento dei livelli dei mari in Europa sarà simile alla media globale. Entro la fine del 21esimo secolo l’aumento sarà probabilmente di 0,28-0,61 metri o 0,52-0,98 m rispetto al periodo 1986-2005, considerando rispettivamente un livello basso o alto di emissioni di carbonio (o gas a effetto serra) prodotto dall’uomo. Queste previsioni saranno riviste alla fine del 2019, in linea col prossimo rapporto speciale di settembre dell’Ipcc sul clima, gli oceani e la variazione dei ghiacci.

Gli allarmi più aggiornati sul calo dei ghiacci artici sono stati lanciati nel corso del recente Living Planet Symposium , che si tiene a Milano dal 13 al 17 maggio. Scienziati e esperti sulla questione hanno illustrato le loro ultime scoperte, elaborate a partire da dati satellitari, tra cui quelli raccolti attraverso Cryosat , il programma di monitoraggio dei ghiacci promosso dall’Agenzia spaziale europea (European Space Agency, Esa).

Organizzato ogni 3 anni, l’evento è una kermesse delle migliori tecnologie di osservazione della Terra: si tratta di macchinari e innovazioni che contribuiscono a svolgere ricerche sul clima e l’ecosistema e che si occupano di servizi pubblici e commerciali.

Tommaso Parrinello, Mission Manager per Cryosat, spiega: “La calotta polare è, al tempo stesso, una vittima recente del riscaldamento globale e un attore fondamentale dei cambiamenti atmosferici del livello dei mari. Le conseguenze di questa massa in scioglimento sono difficili da stimare. È importante comprendere esattamente come e in che misura i ghiacci della Terra stanno rispondendo ai cambiamenti climatici”.

L’effetto: quantificare i costi finanziari

Gli esperti del Centro di ricerca dell’Ue sono riusciti a convertire le previsioni scientifiche sullo scioglimento dei ghiacci e l’aumento del livello dei mari in valori economici. L’infografica che segue spiega i danni annuali in termini di Pil e di persone colpite, secondo diversi scenari. Lo studio, che si chiama Socio-Economic Pathways (Ssp) , illustra tre possibili scenari: un mondo nel quale la crescita è legata a criteri di sostenibilità e di eguaglianza; un mondo “frammentato” di “ritorno dei nazionalismi”; e un mondo in rapida crescita economica dove le risorse energetiche basate sui combustibili fossili vengono sfruttate senza complessi.  

In assenza di ulteriori investimenti nell’adattamento delle coste, gli attuali danni annuali, calcolati per 1,25 miliardi di euro aumenteranno fino a diventare tra 75 e 770 volte più consistenti entro la fine del secolo, attestandosi tra i 93 e i 961 miliardi di euro. 

In base a queste stesse tendenze, i danni da inondazione delle coste costituiranno lo 0,06-0,09 per cento del Pil europeo nel 2050. Questo livello aumenterà a 0,29-0,86 per cento del Pil entro il 2100, rispetto all’attuale livello medio di danni, attestato a circa lo 0,01 per cento del Pil del continente.

Il livello annuo di persone esposte a inondazioni costiere aumenterà dalle attuali 102mila fino a raggiungere 1,52-3,65 milioni entro la fine del secolo (anche in questo caso in assenza di ulteriori misure di adattamento e a seconda delle differenti tendenze socioeconomiche).

Inoltre, i danni futuri dipenderanno significativamente dal numero di persone che si trasferiranno sulla costa e dal livello di sviluppo infrastrutturale in quelle aree. Le perdite saranno determinate dalla migrazione verso le aree costiere, con conseguente urbanizzazione e rapido declino nel tempo del valore dei beni, a causa degli eventi atmosferici estremi.

Immagini satellitari

Immagini satellitari

I “cani da guardia” del riscaldamento globale

Il CryoSat dell’Esa è la prima missione europea interamente dedicata alla misurazione dei cambiamenti del mare polare ghiacciato e dello strato di ghiaccio che avvolge la Groenlandia e l’Antartide.

Il programma è stato pianificato nel 1999, ma il satellite originale è andato perso in ottobre 2005 a causa di un fallimento nel lancio. Un nuovo satellite, il CryoSat-2, è stato i lanciato l’8 aprile 2010.

Il satellite vola ad una altitudine di poco superiore ai 700 chilometri, raggiungendo le latitudini di 88° nord e sud, per massimizzare la copertura dei poli. Il suo carico principale è uno strumento chiamato “Synthetic Aperture Interferometric Radar Altimeter” (SIRAL). I precedenti altimetri radar erano stati ottimizzati per le operazioni sull'oceano e sulla terra, ma SIRAL è il primo sensore progettato per il ghiaccio: misura i cambiamenti dei margini di vasti strati di ghiaccio e il ghiaccio galleggiante negli oceani polari.

L'altimetro radar è in grado non solo di rilevare minuscole variazioni di altezza del ghiaccio, ma può anche misurare il livello dei mari oltre ad altri parametri fisici con una precisione senza precedenti, per contribuire con nuovi dati per la comunità di ricerca all'interno dell'iniziativa dell’Esa sul cambiamento climatico .

Prima del lancio del programma CryoSat, l’Esa aveva eseguito il monitoraggio della copertura di ghiaccio con satelliti multifunzionali. Il primo è stato Envisat, lanciato nel 2002, la più grande missione di osservazione che coinvolgesse civili in quel momento. Envisat, conclusosi l'8 aprile 2012 dopo l'improvvisa perdita di contatto con il satellite, raccolse più immagini radar avanzate, altimetro radar e radiometro misuratore di temperatura rispetto ai suoi predecessori: i satelliti del European Remote Sensing (Ers), ERS-1 e -2, sono stati lanciato nella stessa orbita rispettivamente nel 1991 e 1995.

La causa: quantificare lo scioglimento dei ghiacci

Se parliamo di riduzione dei ghiacci, la Groenlandia assume un ruolo centrale nell’imminente crisi eco-finanziaria. Sull’isola più grande del pianeta si trovano la maggior parte dei ghiacci artici continentali. Lo scioglimento del suo manto gelato è il terzo maggior responsabile dell’innalzamento globale dei mari, secondo un rapporto del Global Climate Research Programme . Anche se si posiziona dietro all’espansione delle acque termali e ai ghiacciai montani, si mantiene comunque tra le maggiori calotte polari antartiche (il cui ruolo si prevede in significativo aumento tra circa 100 anni).

Lo scioglimento dei ghiacci che costituiscono il bacino artico, invece, non ha alcun effetto sull’innalzamento del livello dei mari. È come un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua: quando si scioglie, il livello dell’acqua nel bicchiere non aumenta (principio di Archimede).

Una recente analisi svolta dal Dipartimento di Geodinamica dell’Istituto spaziale nazionale danese , che ha combinato tutte le misurazioni dal satellite dal 1992 al 2016, mostra l’assottigliamento accelerato dello strato di ghiaccio della Groenlandia. La sua perdita di massa è cresciuta di sei volte dagli anni Ottanta, incrementando il livello dei mari di 13,7 mm dal 1972, di cui la metà solo nel corso degli ultimi 8 anni, secondo un nuovo studio dell’Università della California pubblicato a fine aprile. Per quanto riguarda la perdita di spessore dello strato di ghiaccio, i dati attualmente più esaurienti sono al momento sviluppati dal Greenland Ice Mapping Project, i cui risultati saranno resi noti nei prossimi mesi.  

Se tutta la quantità di ghiacci della Groenlandia si sciogliesse, i mari crescerebbero di 7 metri. Questa “profezia” è scritta in uno studio prodotto all’interno del progetto ESA Sea Level . Un aumento di questa portata, in ogni caso, dovrebbe richiedere millenni, anche con un aumento delle temperature di 2°C rispetto ai livelli pre-industriali. Questa è la soglia critica che i governi si sono impegnati a non superare con la firma degli Accordi di Parigi del 2016.

La metodologia: quantificare gli errori

L’elemento principale per monitorare il cambiamento climatico sul pianeta è fare le stesse misurazioni nel corso dei decenni. Infatti, più accurati sono i dati dal satellite, più realistici saranno le stime sulla riduzione dei ghiacci, sull’aumento del livello dei mari e sui costi economici. Per quanto motivo, l’osservazione satellitare deve essere regolarmente adattata e verificata, tenendo in considerazione alcune variabili. In particolare la copertura di neve che si trova sui ghiacci riveste un ruolo fondamentale: gli altimetri dei satelliti non sono sempre in grado di rilevarla, e capita che la considerino come parte dell’intero strato di ghiaccio. Di conseguenza, la profondità della neve deve essere considerata per calcolare lo spessore reale del ghiaccio.

Per correggere questi errori e ridurre le incertezze, l’Esa e la Nasa si impegnano a migliorare la coordinazione tra i rispettivi sistemi di osservazione dello spazio. Fortunatamente, in ragione di differenze tecnologiche, i satelliti europei e statunitensi forniscono misurazioni complementari. L’altimetro ICESat della Nasa invia un segnale laser che rimbalza sulla superficie della neve, mentre l’altimetro Cryosat dell’Esa possiede un radar che penetra nella neve e rimbalza sulla superficie della stessa. Quindi, teoricamente, la differenza tra le due misurazioni dovrebbe determinare la profondità della neve.

L’Esa e la Nasa stanno già lavorando insieme per calibrare le rispettive misurazioni satellitari attraverso controlli sul campo svolti per via aerea e con squadre inviate sul posto. Ciò consente di raccogliere enormi quantità differenti di dati sulla neve e il ghiaccio con una vasta gamma di strumenti, sia su base area sia a livello terrestre, che vengono poi confrontati con i dati acquisiti tramite satellite.

L’ultima campagna congiunta di calibrazione è stata condotta attraverso e intorno al nord della Groenlandia in marzo e aprile di quest’anno dalla Technical University della Danimarca come parte delle iniziative Icebridge della Nasa e CryoVEX dell’Esa.

La pianificazione di indagini sul campo durante queste campagne significa inviare scienziati nelle regioni più inospitali della Terra. Talvolta, il compito è così rischioso che solo esploratori professionisti hanno il coraggio di portarlo a termine. Due veterani di avventure polari dal Belgio, Alain Huber e Dixie Dansercoer, hanno unito le loro forze per l'Arctic Arc Expedition , la più lunga campagna di calibrazione promossa da CryoSat che sia mai stata eseguita a piedi. Nel 2008 sono stati i primi uomini ad attraversare il Polo Nord dalla Siberia alla Groenlandia, camminando per 100 giorni per svolgere campionamenti sulla profondità della neve lungo il percorso. “Credo che l'esperienza degli esploratori possa aiutare la scienza a operare nelle condizioni più ostili", afferma Dansercoer.

Sabato, 11 Maggio 2019

Traduzione di:

Andrea Torsello | VoxEurop

Tags

Clima

Approfondimenti